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Carcere e Tossicodipendenza 2018-02-13T17:30:40+00:00
Art. 94. Affidamento in prova in casi particolari   (Marco Ferrario – da “Manuale Dipendenze patologiche in area penale” ed. Materia Medica Pavia 2018)

1. «Se la pena detentiva deve essere eseguita nei confronti di persona tossicodipendente o alcoldipendente che abbia in corso un programma di recupero o che ad esso intenda sottoporsi, l’interessato può chiedere in ogni momento di essere affidato in prova al servizio sociale per proseguire o intraprendere l’attività terapeutica sulla base di un programma da lui concordato con una azienda unità sanitaria locale o con una struttura privata autorizzata ai sensi dell’articolo 116. L’affidamento in prova in casi particolari può essere concesso solo quando deve essere espiata una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non superiore a sei anni od a quattro anni se relativa a titolo esecutivo comprendente reato di cui all’articolo 4-bis della L. 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni. Alla domanda è allegata, a pena di inammissibilità, certificazione rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da una struttura privata accreditata per l’attività di diagnosi prevista dal comma 2, lettera d, dell’articolo 116 attestante lo stato di tossicodipendenza o di alcoldipendenza, la procedura con la quale è stato accertato l’uso abituale di sostanze stupefacenti, psicotrope o alcoliche, l’andamento del programma concordato eventualmente in corso e la sua idoneità, ai fini del recupero del condannato. Affinché il trattamento sia eseguito a carico del Servizio sanitario nazionale, la struttura interessata deve essere in possesso dell’accreditamento istituzionale di cui all’articolo 8-quater del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni ed aver stipulato gli accordi contrattuali di cui all’articolo 8-quinquies del citato decreto legislativo»

2. «Se l’ordine di carcerazione è stato eseguito, la domanda è presentata al magistrato di sorveglianza il quale, se l’istanza è ammissibile, se sono offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per l’accoglimento della domanda ed al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione, qualora non vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza del pericolo di fuga, può disporre l’applicazione provvisoria della misura alternativa. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui al comma 4. Sino alla decisione del tribunale di sorveglianza, il magistrato di sorveglianza è competente all’adozione degli ulteriori provvedimenti di cui alla L. 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni»

3. «Ai fini della decisione, il tribunale di sorveglianza può anche acquisire copia degli atti del procedimento e disporre gli opportuni accertamenti in ordine al programma terapeutico concordato; deve altresì accertare che lo stato di tossicodipendenza o alcoldipendenza o l’esecuzione del programma di recupero non siano preordinati al conseguimento del beneficio. Si applicano le disposizioni di cui all’articolo 92, commi 1 e 3»

4. «Il tribunale accoglie l’istanza se ritiene che il programma di recupero, anche attraverso le altre prescrizioni di cui al all’articolo 47, comma 5, della L. 26 luglio 1975, n. 354, contribuisce al recupero del condannato ed assicura la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati. Se il tribunale di sorveglianza dispone l’affidamento, tra le prescrizioni impartite devono essere comprese quelle che determinano le modalità di esecuzione del programma. Sono altresì stabilite le prescrizioni e le forme di controllo per accertare che il tossicodipendente o l’alcoldipendente inizi immediatamente o prosegua il programma di recupero. L’esecuzione della pena si considera iniziata dalla data del verbale di affidamento, tuttavia qualora il programma terapeutico al momento della decisione risulti già positivamente in corso, il tribunale, tenuto conto della durata delle limitazioni alle quali l’interessato si è spontaneamente sottoposto e del suo comportamento, può determinare una diversa, più favorevole data di decorrenza dell’esecuzione»

In caso di accoglimento dell’istanza, il soggetto viene scarcerato e sottoscrive, all’atto delle dimissioni dall’istituto penitenziario, un verbale in cui sono elencati obblighi, divieti e modalità di svolgimento del programma terapeutico e dovrà tempestivamente recarsi all’UEPE.

L’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterno) è l’organo dell’Amministrazione Penitenziaria che si occupa del monitoraggio dell’andamento delle misure alternative alla detenzione e supporta le persone affidate allo stesso. Tra i suoi compiti, vi è quello di aggiornare periodicamente il magistrato di sorveglianza circa l’andamento della misura in corso.

L’elaborazione del programma terapeutico che si propone alla valutazione del Tribunale di Sorveglianza è naturalmente il risultato di un articolato e complesso lavoro di valutazione del soggetto e delle sue risorse, sia personali che sociali.

La L. 49 del 2006, modificando l’art. 94 del DPR 309/90, introduce un’innovazione importante: attribuisce al Magistrato di Sorveglianza, nelle sue prerogative monocratiche, la facoltà di concedere in via provvisoria la misura dell’affidamento. Sarà poi il Tribunale di Sorveglianza, durante la camera di consiglio calendarizzata, a confermare o revocare la misura già concessa provvisoriamente.

Affinché il Magistrato di Sorveglianza possa decidere, è necessario produrre, oltre a tutta la documentazione prevista per l’istanza di cui all’art. 94, anche una relazione che attesti il grave pregiudizio causato dal protrarsi della detenzione e l’assenza di elementi che possano far ritenere sussistente il pericolo di fuga. Il grave pregiudizio, derivante dal protrarsi dello stato detentivo, può essere sostenuto segnalando, ad esempio, che la disponibilità di una comunità terapeutica ad accogliere il soggetto è limitata in un arco di tempo e che qualora l’inserimento non potesse essere effettuato entro quel limite temporale non vi sarebbe più la disponibilità della comunità oppure che la medesima situazione si presenti nel caso di una disponibilità lavorativa. Su un piano della valutazione specialistica del soggetto vi sono degli spazi di possibile argomentazione propri di una équipe multidisciplinare. Può verificarsi, anche frequentemente, il caso in cui un detenuto abbia raggiunto il massimo livello di motivazione al cambiamento possibile per lui in quel contesto e che quindi il protrarsi dello stato detentivo sortirebbe l’effetto di vanificare il lavoro fatto fino a quel momento. Da qui la necessità di usufruire della misura in tempi brevissimi.

Sia in questo caso che nella produzione cartolare in generale, si pone la questione della necessità di far comprendere al Giudice ed al Tribunale di Sorveglianza dei concetti che sono propri delle discipline psico-socio-sanitarie e quindi non sempre familiari all’interlocutore. Il linguaggio di conseguenza deve essere adeguato e non possono essere tralasciati elementi sull’idoneità del programma in merito all’efficacia della prevenzione della recidiva sia tossicomanica che delinquenziale.

Più difficile, per i Servizi per le tossicodipendenze, è esprimersi riguardo al pericolo di fuga. Come intuibile, questa valutazione spetterebbe ad organi con competenze specifiche.

Un’altra modifica apportata dalla L. 49 del 2006 riguarda il limite di pena entro il quale possa essere concesso l’affidamento ai sensi dell’art.94; il limite viene portato da quattro a sei anni e rimane a quattro anni solo per coloro che stanno scontando reati elencati nell’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario.

Molti si sono interrogati circa l’opportunità e l’utilità di questa estensione.

L’evoluzione del fenomeno della tossicodipendenza vede oggi una massiccia diffusione della cocaina a fronte della diminuzione o stabilizzazione dell’uso di eroina e la conseguente mutazione del profilo del tossicodipendente, che impone altre modalità di valutazione più approfondite rispetto al passato, comprensive di competenze di ordine criminologico. La relazione del SerT che accompagna l’istanza di affidamento deve necessariamente tener conto sia della reale capacità del soggetto di poter portare a termine positivamente il percorso terapeutico ma anche che il programma previsto possa incidere sulla sua identità normativa e lo conduca ad un cambiamento anche nel suo rapporto con la norma e le istituzioni.

Il buon esito di una misura alternativa alla detenzione, attraverso un programma terapeutico, dipende in buona parte dalla modifica dell’identità normativa del soggetto in questione.

Ciascuno di noi infatti, attraverso le proprie esperienze, ha sviluppato una “identità normativa” che determina il nostro rapporto con le norme e, di conseguenza, con le istituzioni e con “l’altro” più in generale sia in una dimensione pubblica che privata che istituzionale. L’identità normativa dell’individuo può subire modifiche se sopravvengono esperienze significative; lo scontro tra il deviante e le norme che accompagnano la vita quotidiana alimenta un conflitto che dà luogo alla commissione del reato, prosegue con il Processo, poi con la condanna ed esita infine generalmente con l’esecuzione della pena. La misura alternativa, se svolta in modo adeguato, può rappresentare la trasformazione dell’esperienza dello scontro e del conflitto in un’esperienza non più negativa di incontro con la norma e le istituzioni, andando così a modificare l’identità normativa del soggetto. Accompagnare chi ha commesso un reato od un illecito a causa o come conseguenza dell’uso di sostanze o di alcool, attraverso la rivisitazione degli eventi che lo hanno portato ad essere arrestato, significa aiutarlo a prendere coscienza di essere portatore di un problema e che esistono possibilità di risoluzione; premessa questa, come noto, per poterlo poi affrontare.

L’affidamento terapeutico può essere concesso anche a tossico/alcoldipendenti in stato di libertà la cui condanna è passata in giudicato. I limiti di pena sono i medesimi di quelli previsti nello stato di detenzione.

Come si è visto, per avere accesso alle misure alternative, è necessaria la diagnosi di tossicodipendenza. Il tema è già affrontato in modo esaustivo nel capitolo a ciò dedicato e ci si limita quindi ad alcune brevi considerazioni direttamente connesse alle disposizioni di legge.

A differenza di un tempo (quando il tossicodipendente era quasi esclusivamente l’assuntore di eroina per via endovenosa), oggi fare diagnosi di tossicodipendenza è più complesso. La L. 49/2006 a modifica dell’art. 94 della 309/90 sposta il focus della diagnosi dall’aspetto psicosociale e psicologico a quello prettamente bio-medico (positività al test delle urine o del capello). Tecnicamente, con queste modalità, il Tribunale di Sorveglianza o il Magistrato di Sorveglianza, in via provvisoria, potrebbero decidere di non concedere la misura alternativa a chi non risulta positivo a tali test. Ciò rappresenta un forte vincolo all’azione degli operatori socio-sanitari e al diritto di cura delle persone. La norma 49/2006, infatti, sembra non tener conto che la tossicodipendenza, come la definisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.), è una malattia cronica recidivante e dunque può riproporsi nel corso del tempo. Inoltre, la norma attualmente in vigore appare in contraddizione con l’Ordinamento Penitenziario che prevede che il soggetto possa dichiarare il proprio stato di tossicodipendenza in qualunque momento della carcerazione. Ora è evidente che se tale dichiarazione avviene tempo dopo l’ingresso in carcere, l’équipe non può che far ricorso all’analisi anamnestica e ad una valutazione socio-psicologica ed occorre quindi coinvolgere figure professionali non esclusivamente mediche.

La situazione dei servizi di cura per i detenuti tossicodipendenti è a macchia di leopardo, a causa di una serie di ragioni di carattere economico e politico. Migliorare la cura per i tossicodipendenti in carcere è infatti un servizio che dev’essere effettuato con le risorse delle Asl regionali. Si rilevano forti disomogeneità tra territori, legate ad un problema sia di fondi che di scelte politiche. Ciò crea una diseguaglianza di diritti. Essere detenuto tossicodipendente in un luogo comporta fruire di diritti diversi rispetto all’esserlo in un altro. Si riscontrano disomogeneità perfino tra istituti penitenziari della stessa regione.