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Marco Ferrario

Contesti normativi. La legge 309/90

e successive modifiche

Scritto di Marco Ferrario

 

Tratto dal libro “Dipendenze patologiche in area penale” ed. Materia Medica   Pavia 2018

Il “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza” n.309, conosciuta come “Testo Unico sugli stupefacenti” o “Legge Jervolino-Vassalli” è stato emanato il 9 ottobre 1990.

Si tratta di un testo organico di ampio spettro che tratta tutto quanto concerne l’ambito degli stupefacenti: dalla classificazione delle sostanze, ai reati connessi, alle modalità investigative, all’organizzazione dei Servizi per le tossicodipendenze, fino alle misure alternative alla detenzione per tossico/alcoldipendenti.

La 309/90 nasce a seguito dell’espandersi del fenomeno della tossicodipendenza che negli anni ‘80 aveva assunto dimensioni drammatiche. Nasce, infatti, come risposta (per alcuni aspetti anche demagogica) alla grave situazione venutasi a creare con la devastante diffusione dell’eroina e la scia di decessi per overdose, la comparsa dell’AIDS e la crescente percezione di insicurezza del cittadino, dovuta alla visibilità del fenomeno e all’espansione della microcriminalità.

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Prima di addentrarci nei dettagli, è necessario partire da un principio di base indicato nella Costituzione della Repubblica Italiana all’art. 32: il diritto alla salute.

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

Tra gli individui sono ovviamente compresi i tossico/alcoldipendenti, sia liberi che detenuti, siano essi incensurati o autori di reato. La tossicodipendenza e l’alcoldipendenza sono quindi considerate una patologia; l’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) definisce infatti la tossicodipendenza una “patologia cronica recidivante”. Anche il DSM-V vi dedica ampi spazi.

Sulla base di tale principio, la normativa vigente prevede il diritto alla cura per i tossico/alcoldipendenti e demanda al Servizio Sanitario Nazionale la presa in carico di questi soggetti. La 309/90 disciplina le misure alternative alla detenzione finalizzate alla cura della patologia di cui il soggetto è portatore, indica le modalità di cura all’interno degli istituti penitenziari e stabilisce l’organizzazione dei Servizi.

L’art. 96 della L.309/90 così recita:

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Particolare attenzione è stata posta alla normativa sulla droga: è stata abolita con effetto retroattivo l’incostituzionale legge “Fini Giovanardi” del 2006 che equiparava, nel reato di spaccio, droghe cosiddette leggere e quelle pesanti; è stato tolto il limite di due affidamenti terapeutici ex art. 94 del DPR 309/90; inoltre è stata introdotta la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità in alternativa della pena per reati di lieve entità.

A carattere più generale è stato escluso, salvo in casi di particolari esigenze cautelari, il ricorso alla custodia cautelare in carcere per pene il cui limite previsto è inferiore ai cinque anni. Sono inoltre in fase di avvio, almeno in Lombardia ed Emilia Romagna, dei tavoli di lavoro congiunti tra vari attori istituzionali (Tribunali di Sorveglianza, UEPE, Regioni, ASL ecc.), finalizzati ad individuare modalità operative che agevolino l’applicazione delle norme e che favoriscano il ricorso a misure alternative alla detenzione, in particolare a favore di tossico/alcoldipendenti.

Tutto ciò fa ben sperare ma i problemi da affrontare sono complessi e di varia natura.

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Per focalizzare gli ambiti in oggetto, si consideri che il ricorso al carcere per soggetti tossicodipendenti autori di reato è frequentissimo nel nostro paese. Ciò non è ascrivibile, generalmente, tanto ad un approccio eccessivamente punitivo da parte dei Giudici, bensì alla difficoltà e/o resistenze nell’ applicare le norme già presenti nel nostro ordinamento.

Al 30 settembre 2017 i detenuti presenti nei 190 Istituti nazionali risultavano essere 57.661; di questi circa 1/3 è costituito da tossico/alcoldipendenti. Un numero significativo di questi soggetti potrebbe accedere ad un programma terapeutico e di reinserimento sociale, attraverso una misura alternativa alla detenzione mediante l’applicazione degli art. 89, 90, 94 del DPR 309/90, se, sia a livello territoriale che all’interno degli istituti, fossero presenti le risorse (umane) che consentirebbero l’applicazione delle norme che andiamo ora ad analizzare.

L’art. 89 del DPR 309/90 titola: «provvedimenti restrittivi nei confronti dei tossicodipendenti o alcoldipendenti che abbiano in corso programmi terapeutici». Esso si rivolge a soggetti sottoposti a giudizio di primo grado o ristretti in misura cautelare in attesa di un ulteriore grado di giudizio, quindi prima che la condanna sia divenuta definitiva. Non rappresenta una misura alternativa alla detenzione ma una modifica della misura cautelare. L’autorità competente è la Procura presso l’organo giudicante che ha emesso la condanna.

Il comma 1 recita come segue:

«qualora ricorrano i presupposti per la misura cautelare il giudice, ove non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, dispone gli arresti domiciliari quando imputata è una persona tossicodipendente o alcoldipendente che abbia in corso un programma terapeutico di recupero presso i servizi pubblici per l’assistenza ai tossicodipendenti».

Ed al secondo comma: «se una persona tossicodipendente o alcoldipendente, che è in custodia cautelare in carcere, intende sottoporsi ad un programma di recupero […] la misura cautelare è sostituita con quella degli arresti domiciliari»

Questa norma è poco conosciuta sia dagli operatori dei SerT che dagli avvocati difensori e quindi poco applicata.

Per favorirne l’applicazione occorrerebbe, per quanto concerne i processi per direttissima, instaurare la presenza in Tribunale od un collegamento in tempo reale, tra un servizio per le dipendenze ed il Giudice monocratico, per potergli fornire le informazioni necessarie per poter applicare la norma.

Ad oggi, i rappresentanti dei servizi per le dipendenze sono presenti in un esiguo numero di Tribunali. Milano, già dal 1995, attraverso un protocollo d’intesa tra SerT e Tribunale, ha tracciato questa strada che purtroppo è stata da pochi seguita.

L’applicazione dell’art.89 DPR 309/90 consentirebbe di ridurre il sovraffollamento carcerario, ma soprattutto di evitare che soggetti abusatori di sostanze, in particolare di giovane età e non ancora caratterizzati da una definita personalità criminale, vengano inseriti nel circuito penitenziario con la conseguenza di rafforzare in loro un’identità anti-normativa ed essere spesso travolti in una spirale che può portare ad epiloghi tragici.

La possibilità, per un tossicodipendente, di essere preso in carico già nei momenti successivi all’arresto e di non essere immesso nel circuito penitenziario, rappresenta una notevole opportunità ai fini riabilitativi, oltre che contribuire a decongestionare gli istituti penitenziari.

La seconda parte del primo comma contiene un elemento restrittivo: prevede, per gli autori del reato di rapina aggravata, previsto dal terzo comma dell’art. 628 c.p. (reato molto comune in questa fascia di popolazione), l’applicazione degli arresti domiciliari esclusivamente nell’ambito di una comunità residenziale; ne consegue, data l’esiguità di posti disponibili in comunità, che frequentemente questa norma possa essere raramente applicata. Il problema può trovare soluzione (in attesa di un’auspicabile modifica della norma) nella realizzazione, in collaborazione con il terzo settore, di strutture residenziali dove ospitare questi soggetti; la permanenza, limitata ad alcuni mesi, sarebbe finalizzata ad effettuare la valutazione del soggetto ed alla formulazione di un programma terapeutico personalizzato che possa essere poi svolto in altri contesti. Questo consentirebbe di compiere una valutazione ben più accurata di quanto si possa effettuare in condizioni detentive e concederebbe il tempo necessario per individuare la struttura più idonea a prendere in carico la persona. Non ultimo, questa modalità rassicurerebbe il Giudice in relazione all’esercizio del controllo, con la probabile conseguenza di una diminuzione delle custodie cautelari in carcere.

L’affidamento in prova ai servizi sociali per i tossico/alcoldipendenti (anche detto affidamento terapeutico) è disciplinato dall’art. 94 del Testo Unico 309/90. Si tratta della misura alternativa più conosciuta dai servizi e alla quale più frequentemente si fa ricorso. Di seguito gli elementi fondamentali presenti nell’art. 94.

Art. 94. Affidamento in prova in casi particolari

  1. «Se la pena detentiva deve essere eseguita nei confronti di persona tossicodipendente o alcoldipendente che abbia in corso un programma di recupero o che ad esso intenda sottoporsi, l’interessato può chiedere in ogni momento di essere affidato in prova al servizio sociale per proseguire o intraprendere l’attività terapeutica sulla base di un programma da lui concordato con una azienda unità sanitaria locale o con una struttura privata autorizzata ai sensi dell’articolo 116. L’affidamento in prova in casi particolari può essere concesso solo quando deve essere espiata una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non superiore a sei anni od a quattro anni se relativa a titolo esecutivo comprendente reato di cui all’articolo 4-bis della L. 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni. Alla domanda è allegata, a pena di inammissibilità, certificazione rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da una struttura privata accreditata per l’attività di diagnosi prevista dal comma 2, lettera d, dell’articolo 116 attestante lo stato di tossicodipendenza o di alcoldipendenza, la procedura con la quale è stato accertato l’uso abituale di sostanze stupefacenti, psicotrope o alcoliche, l’andamento del programma concordato eventualmente in corso e la sua idoneità, ai fini del recupero del condannato. Affinché il trattamento sia eseguito a carico del Servizio sanitario nazionale, la struttura interessata deve essere in possesso dell’accreditamento istituzionale di cui all’articolo 8-quater del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni ed aver stipulato gli accordi contrattuali di cui all’articolo 8-quinquies del citato decreto legislativo».
  2. «Se l’ordine di carcerazione è stato eseguito, la domanda è presentata al magistrato di sorveglianza il quale, se l’istanza è ammissibile, se sono offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per l’accoglimento della domanda ed al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione, qualora non vi siano elementi tali da far ritenere la sussistenza del pericolo di fuga, può disporre l’applicazione provvisoria della misura alternativa. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui al comma 4. Sino alla decisione del tribunale di sorveglianza, il magistrato di sorveglianza è competente all’adozione degli ulteriori provvedimenti di cui alla L. 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni».
  3. «Ai fini della decisione, il tribunale di sorveglianza può anche acquisire copia degli atti del procedimento e disporre gli opportuni accertamenti in ordine al programma terapeutico concordato; deve altresì accertare che lo stato di tossicodipendenza o alcoldipendenza o l’esecuzione del programma di recupero non siano preordinati al conseguimento del beneficio. Si applicano le disposizioni di cui all’articolo 92, commi 1 e 3».
  4. «Il tribunale accoglie l’istanza se ritiene che il programma di recupero, anche attraverso le altre prescrizioni di cui al all’articolo 47, comma 5, della L. 26 luglio 1975, n. 354, contribuisce al recupero del condannato ed assicura la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati. Se il tribunale di sorveglianza dispone l’affidamento, tra le prescrizioni impartite devono essere comprese quelle che determinano le modalità di esecuzione del programma. Sono altresì stabilite le prescrizioni e le forme di controllo per accertare che il tossicodipendente o l’alcoldipendente inizi immediatamente o prosegua il programma di recupero. L’esecuzione della pena si considera iniziata dalla data del verbale di affidamento, tuttavia qualora il programma terapeutico al momento della decisione risulti già positivamente in corso, il tribunale, tenuto conto della durata delle limitazioni alle quali l’interessato si è spontaneamente sottoposto e del suo comportamento, può determinare una diversa, più favorevole data di decorrenza dell’esecuzione».

In caso di accoglimento dell’istanza, il soggetto viene scarcerato e sottoscrive, all’atto delle dimissioni dall’istituto penitenziario, un verbale in cui sono elencati obblighi, divieti e modalità di svolgimento del programma terapeutico e dovrà tempestivamente recarsi all’UEPE.

L’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterno) è l’organo dell’Amministrazione Penitenziaria che si occupa del monitoraggio dell’andamento delle misure alternative alla detenzione e supporta le persone affidate allo stesso. Tra i suoi compiti, vi è quello di aggiornare periodicamente il magistrato di sorveglianza circa l’andamento della misura in corso.

L’elaborazione del programma terapeutico che si propone alla valutazione del Tribunale di Sorveglianza è naturalmente il risultato di un articolato e complesso lavoro di valutazione del soggetto e delle sue risorse, sia personali che sociali.

La L. 49 del 2006, modificando l’art. 94 del DPR 309/90, introduce un’innovazione importante: attribuisce al Magistrato di Sorveglianza, nelle sue prerogative monocratiche, la facoltà di concedere in via provvisoria la misura dell’affidamento. Sarà poi il Tribunale di Sorveglianza, durante la camera di consiglio calendarizzata, a confermare o revocare la misura già concessa provvisoriamente.

Affinché il Magistrato di Sorveglianza possa decidere, è necessario produrre, oltre a tutta la documentazione prevista per l’istanza di cui all’art. 94, anche una relazione che attesti il grave pregiudizio causato dal protrarsi della detenzione e l’assenza di elementi che possano far ritenere sussistente il pericolo di fuga. Il grave pregiudizio, derivante dal protrarsi dello stato detentivo, può essere sostenuto segnalando, ad esempio, che la disponibilità di una comunità terapeutica ad accogliere il soggetto è limitata in un arco di tempo e che qualora l’inserimento non potesse essere effettuato entro quel limite temporale non vi sarebbe più la disponibilità della comunità oppure che la medesima situazione si presenti nel caso di una disponibilità lavorativa. Su un piano della valutazione specialistica del soggetto vi sono degli spazi di possibile argomentazione propri di una équipe multidisciplinare. Può verificarsi, anche frequentemente, il caso in cui un detenuto abbia raggiunto il massimo livello di motivazione al cambiamento possibile per lui in quel contesto e che quindi il protrarsi dello stato detentivo sortirebbe l’effetto di vanificare il lavoro fatto fino a quel momento. Da qui la necessità di usufruire della misura in tempi brevissimi.

Sia in questo caso che nella produzione cartolare in generale, si pone la questione della necessità di far comprendere al Giudice ed al Tribunale di Sorveglianza dei concetti che sono propri delle discipline psico-socio-sanitarie e quindi non sempre familiari all’interlocutore. Il linguaggio di conseguenza deve essere adeguato e non possono essere tralasciati elementi sull’idoneità del programma in merito all’efficacia della prevenzione della recidiva sia tossicomanica che delinquenziale.

Più difficile, per i Servizi per le tossicodipendenze, è esprimersi riguardo al pericolo di fuga. Come intuibile, questa valutazione spetterebbe ad organi con competenze specifiche.

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L’evoluzione del fenomeno della tossicodipendenza vede oggi una massiccia diffusione della cocaina a fronte della diminuzione o stabilizzazione dell’uso di eroina e la conseguente mutazione del profilo del tossicodipendente, che impone altre modalità di valutazione più approfondite rispetto al passato, comprensive di competenze di ordine criminologico. La relazione del SerT che accompagna l’istanza di affidamento deve necessariamente tener conto sia della reale capacità del soggetto di poter portare a termine positivamente il percorso terapeutico ma anche che il programma previsto possa incidere sulla sua identità normativa e lo conduca ad un cambiamento anche nel suo rapporto con la norma e le istituzioni.

Il buon esito di una misura alternativa alla detenzione, attraverso un programma terapeutico, dipende in buona parte dalla modifica dell’identità normativa del soggetto in questione.

Ciascuno di noi infatti, attraverso le proprie esperienze, ha sviluppato una “identità normativa” che determina il nostro rapporto con le norme e, di conseguenza, con le istituzioni e con “l’altro” più in generale sia in una dimensione pubblica che privata che istituzionale. L’identità normativa dell’individuo può subire modifiche se sopravvengono esperienze significative; lo scontro tra il deviante e le norme che accompagnano la vita quotidiana alimenta un conflitto che dà luogo alla commissione del reato, prosegue con il Processo, poi con la condanna ed esita infine generalmente con l’esecuzione della pena. La misura alternativa, se svolta in modo adeguato, può rappresentare la trasformazione dell’esperienza dello scontro e del conflitto in un’esperienza non più negativa di incontro con la norma e le istituzioni, andando così a modificare l’identità normativa del soggetto. Accompagnare chi ha commesso un reato od un illecito a causa o come conseguenza dell’uso di sostanze o di alcool, attraverso la rivisitazione degli eventi che lo hanno portato ad essere arrestato, significa aiutarlo a prendere coscienza di essere portatore di un problema e che esistono possibilità di risoluzione; premessa questa, come noto, per poterlo poi affrontare.

L’affidamento terapeutico può essere concesso anche a tossico/alcoldipendenti in stato di libertà la cui condanna è passata in giudicato. I limiti di pena sono i medesimi di quelli previsti nello stato di detenzione.

Come si è visto, per avere accesso alle misure alternative, è necessaria la diagnosi di tossicodipendenza. Il tema è già affrontato in modo esaustivo nel capitolo a ciò dedicato e ci si limita quindi ad alcune brevi considerazioni direttamente connesse alle disposizioni di legge.

A differenza di un tempo (quando il tossicodipendente era quasi esclusivamente l’assuntore di eroina per via endovenosa), oggi fare diagnosi di tossicodipendenza è più complesso. La L. 49/2006 a modifica dell’art. 94 della 309/90 sposta il focus della diagnosi dall’aspetto psicosociale e psicologico a quello prettamente bio-medico (positività al test delle urine o del capello). Tecnicamente, con queste modalità, il Tribunale di Sorveglianza o il Magistrato di Sorveglianza, in via provvisoria, potrebbero decidere di non concedere la misura alternativa a chi non risulta positivo a tali test. Ciò rappresenta un forte vincolo all’azione degli operatori socio-sanitari e al diritto di cura delle persone. La norma 49/2006, infatti, sembra non tener conto che la tossicodipendenza, come la definisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.), è una malattia cronica recidivante e dunque può riproporsi nel corso del tempo. Inoltre, la norma attualmente in vigore appare in contraddizione con l’Ordinamento Penitenziario che prevede che il soggetto possa dichiarare il proprio stato di tossicodipendenza in qualunque momento della carcerazione. Ora è evidente che se tale dichiarazione avviene tempo dopo l’ingresso in carcere, l’équipe non può che far ricorso all’analisi anamnestica e ad una valutazione socio-psicologica ed occorre quindi coinvolgere figure professionali non esclusivamente mediche.

La situazione dei servizi di cura per i detenuti tossicodipendenti è a macchia di leopardo, a causa di una serie di ragioni di carattere economico e politico. Migliorare la cura per i tossicodipendenti in carcere è infatti un servizio che dev’essere effettuato con le risorse delle Asl regionali. Si rilevano forti disomogeneità tra territori, legate ad un problema sia di fondi che di scelte politiche. Ciò crea una diseguaglianza di diritti. Essere detenuto tossicodipendente in un luogo comporta fruire di diritti diversi rispetto all’esserlo in un altro. Si riscontrano disomogeneità perfino tra istituti penitenziari della stessa regione.

Art. 90. Sospensione dell’esecuzione della pena detentiva

La misura della sospensione dell’esecuzione della pena (art. 90 DPR 309/90) prevede le medesime condizioni indicate per l’affidamento terapeutico in ordine alla definitività della condanna, l’entità della pena, tipologia di reati e le certificazioni elencate.

  1. «Nei confronti di persona che debba espiare una pena detentiva inflitta per reati commessi in relazione al proprio stato di tossicodipendente, il tribunale di sorveglianza può sospendere l’esecuzione della pena detentiva per cinque anni qualora, all’esito dell’acquisizione della relazione finale di cui all’articolo 123, accerti che la persona si è sottoposta con esito positivo ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo eseguito presso una struttura sanitaria pubblica od una struttura privata autorizzata ai sensi dell’articolo 116. Il tribunale di sorveglianza, qualora l’interessato si trovi in disagiate condizioni economiche, può altresì sospendere anche l’esecuzione della pena pecuniaria che non sia stata già riscossa. La sospensione può essere concessa solo quando deve essere espiata una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non superiore a sei anni od a quattro anni se relativa a titolo esecutivo comprendente reato di cui all’articolo 4-bis della L. 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni».
  2. «La sospensione della esecuzione non può essere concessa e la relativa domanda è inammissibile se nel periodo compreso tra l’inizio del programma e la pronuncia della sospensione il condannato abbia commesso altro delitto non colposo punibile con la reclusione».
  3. «La sospensione dell’esecuzione della pena rende inapplicabili le misure di sicurezza nonché le pene accessorie e gli altri effetti penali della condanna, tranne che si tratti della confisca. La sospensione non si estende alle obbligazioni civili derivanti dal reato».
  4. «La sospensione della esecuzione della pena non può essere concessa più di una volta».

Questa norma è stata pensata e si rivolge principalmente a quei soggetti già reinseriti nella società, i quali, a causa dei tempi spesso lenti delle fasi processuali, si trovano a dover scontare condanne per reati commessi molto tempo prima ed il cui rientro in carcere vanificherebbe il percorso effettuato.

La sospensione ex art.90 è una misura estremamente delicata, raramente richiesta ed ancor più raramente concessa. Il periodo di sospensione di cinque anni rappresenta un lasso temporale notevole ed è necessario valutare attentamente, al fine di poter pronunciare una prognosi favorevole, che la persona in oggetto sia presumibilmente in grado di astenersi dal commettere reati e dall’assumere stupefacenti tutto il periodo. In caso contrario, la misura verrebbe revocata dal Tribunale di Sorveglianza e il soggetto dovrà scontare in carcere tutta la pena, anche se la violazione dovesse avvenire appena prima della conclusione dei cinque anni.

Si è detto che l’organo competente per la concessione e la revoca delle misure alternative alla detenzione, è il Tribunale di Sorveglianza.

Il Tribunale di Sorveglianza e il Magistrato di Sorveglianza

Il Tribunale di Sorveglianza è l’organo giudiziario preposto, tra l’altro, alla decisione sulla concessione e la revoca delle misure alternative alla detenzione. Funge anche da giudice di appello rispetto alle decisioni prese dal Giudice di Sorveglianza nell’ambito suo ruolo monocratico.

Si tratta di un organo collegiale composto da due Magistrati togati e da due esperti in psicologia, servizi sociali, psichiatria, pedagogia e criminologia, nominati dal Consiglio Superiore della Magistratura. A seguito dell’istanza di misura alternativa, il Tribunale di Sorveglianza, in udienza collegiale ed in presenza dell’avvocato difensore dell’istante e del sostituto Procuratore Generale che svolge le funzioni di Pubblico Ministero, esamina l’istanza e, sentito il parere non vincolante del sostituto Procuratore Generale, si riunisce in camera di consiglio per la decisione. Successivamente viene emessa l’ordinanza

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Di fatto i loro diritti, in quanto detenuti, vengono dimezzati. Anche la comunità terapeutica, rispetto alla quale generalmente il magistrato non avrebbe riserve, è spesso preclusa in quanto molte Asl non ritengono di doversi sobbarcare la retta per persone che non hanno un permesso di soggiorno, nonostante norme e circolari varie ribadiscano il contrario.

Purtroppo, spesso avviene che nel nostro paese, a fronte di buone norme, anche quando esistenti, vengono a mancare le buone pratiche, sia in termini di uniformità territoriale di applicazione delle norme che della loro possibile applicazione sul territorio. Ne è un esempio la norma sui lavori di pubblica utilità, applicabile in alternativa della pena detentiva per la commissione di piccoli reati (frequenti nei tossicodipendenti) e per la guida in stato di ebbrezza. Di seguito la norma ai sensi del Decreto Ministeriale del 26 marzo 2001:

«Il lavoro di pubblica utilità consiste nella prestazione di un’attività non retribuita a favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni o presso enti e organizzazioni di assistenza sociale o volontariato. La prestazione di lavoro, ai sensi del decreto ministeriale 26 marzo 2001, viene svolta a favore di persone affette da HIV, portatori di handicap, malati, anziani, minori, ex detenuti o extracomunitari; nel settore della protezione civile, nella tutela del patrimonio pubblico e ambientale o in altre attività pertinenti alla specifica professionalità del condannato. La sanzione è applicata all’imputato per i reati previsti dal comma 5 dell’art. 73 (produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti di lieve entità), quando non può essere concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena e per i reati previsti dagli artt. 224 bis, 186 co. 9 bis e 187 co. 8 bis Dec. Leg. 285 del 1992 (Codice della strada); viene comminata in alternativa alla pena detentiva e alla pena pecuniaria, con le modalità previste dall’art. 54 del decreto legislativo 28 agosto 2000 n. 274.

La sanzione viene disposta dal Giudice su richiesta dell’imputato, con la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’art 444 del Codice di Procedura Penale (patteggiamento). Con la sentenza di condanna il Giudice individua il tipo di attività, nonché l’ente o l’amministrazione dove deve essere svolto il lavoro di pubblica utilità. La prestazione di lavoro non retribuita ha una durata corrispondente alla sanzione detentiva irrogata. L’attività di lavoro non retribuita viene svolta presso con gli enti pubblici territoriali e le organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato individuati attraverso apposite convenzioni stipulate dal ministero della Giustizia o, su delega di quest’ultimo, dal Presidente del Tribunale, a norma dell’art. 2 del decreto ministeriale 26 marzo 2001».

Per rendere possibile l’applicazione di questa norma è ovviamente indispensabile l’attivazione dei Servizi sul territorio. Da solo il Giudice, infatti, non avrebbe gli elementi necessari per l’applicazione.

Di nuovo, senza una sinergia tra Istituzioni e Servizi per l’istaurazione di buone prassi, anche le leggi più innovative rimangono inapplicate.

By | 2018-02-11T18:24:42+00:00 febbraio 10th, 2018|Categories: Uncategorized|0 Comments

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