Renato Rizzi

Tossicodipendenza: malattia o scelta?

Sembra ormai anacronistico discutere circa il fatto se la tossicodipendenza sia o meno una malattia (1), soprattutto da quando le neuroscienze e la neurobiologia in particolare hanno dato un impulso agli studi che evidenziano specifici cambiamenti molecolari e di funzionalità che avvengono a livello dei circuiti sinaptici attivati dalla ripetuta esposizione alle droghe.

Questi studi ci hanno aiutato a comprendere i processi che si associano alla perdita di controllo, all’assunzione compulsiva della sostanza, al comportamento statico e agli stati emotivi negativi che accompagnano la dipendenza. Eppure, nonostante ciò, vi è ancora un largo strato di professionisti nell’area psicologica (psicologi, assistenti sociali, educatori) che sono inspiegabilmente convinti che un intervento trattamentale sia avulso da ogni significato terapeutico, mettendo in dubbio la loro stessa figura e l’utilità del proprio lavoro. Il trattamento di cui si parla (si veda il vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli) non è sicuramente quello economico aziendale (trattamento di fine rapporto), né quello cinematografico (quello che precede la sceneggiatura), né quello informatico (che equivale a elaborazione), né quello della ospitalità (trattamento completo di vitto e alloggio). Rimane, quindi, solo quello terapeutico (dal greco therapeia=cura) che, ovviamente, è legato alla malattia. Nell’anno 2016 si era pensato, all’interno del gruppo del SerT del carcere di Bollate di intavolare una discussione su questo argomento al fine di svolgere un convegno. Venni, perciò, invitato a riunioni settimanali che durarono circa nove settimane. Vista l’impossibilità nel convincere gli psicologi della non modernità/attualità dell’oggetto in discussione, per otto settimane, durante i colloqui con i detenuti “nuovi giunti” pensai di aggiungere due domande: 1) secondo lei la dipendenza è una malattia? 2) essendo dipendente, lei si ritiene malato? A tal fine sono stati “reclutati” in modo randomizzato cento “nuovi giunti”, maschi di età compresa tra i 23 e i 48 anni (media 32 ±5), consumatori abituali di cocaina dalla prima adolescenza (dai 2 ai 5 grammi/die per via endonasale), avendo cura di tralasciare consumatori di eroina, consumatori di amfetamina e poliabusatori, HIV e HCV positivi. Dei soggetti reclutati, 92 avevano una scolarità di III media inferiore, 2 una scolarità superiore e 6 elementare; 11 provenivano dal Marocco, 2 dalla Tunisia, 1 dall’Algeria, 3 dal Sud America, 3 dall’Albania, 1 dalla Romania, 1 dalla Serbia, 78 dall’Italia; 15 si professavano di religione islamica e praticanti, 85 di religione cristiana di cui 68 praticanti.

Alla domanda se la dipendenza fosse una malattia si sono avute 84 risposte affermative e 16 negative. Da notare che i 14 soggetti provenienti dal Nord Africa e di fede islamica hanno risposto tutti affermativamente, mentre gli albanesi, i romeni e i serbi hanno risposto tutti negativamente; tra i sudamericani, invece, un peruviano ha risposto affermativamente, mentre il cileno e l’ecuadoregno negativamente. Tralasciamo di azzardare correlazioni tra religione e concetto di abuso/malattia, non avendo elementi sufficienti neppure ad iniziare un commento.

Alla domanda se si considerassero malati, 56 diedero risposta negativa, mentre 32 si dichiaravano francamente malati e bisognosi di terapia, 12 si dichiaravano momentaneamente malati, ma sicuramente guariti o guaribili. Fra tutti i “malati” 44 aggiungevano, tuttavia, che la tossicodipendenza era una malattia minore, essendo dettata da una scelta autonoma, quasi di stile di vita con conseguenze patologiche sì, ma comunque lievi. In qualche modo si ammetteva che la tossicodipendenza potesse essere una malattia, ma che riguarda altri, non se stessi e, comunque, se anche colpisse, sarebbe pur sempre una patologia poco importante. Sembra, tuttavia, rilevante che l’84% abbia risposto affermativamente alla domanda se la tossicodipendenza è da considerarsi malattia e, quindi, sarebbe cosciente di essere affetto da “qualcosa” che merita attenzione e cura.

Questa modestissima, limitata ed empirica ricerca è nata e cessata in brevissimo tempo, più per capire che cosa pensassero i fruitori del trattamento che per definire che cosa fosse o meno la dipendenza. Così come si chiedesse ad un malato di gestosi del terzo trimestre o di epicondilite o di dislipidemia se si considera o meno e quanto malato. E non si chiarisse che ciascuna delle malattie citate siano o meno malattie.

Molti psicologi sono infastiditi dalla sicurezza dei medici di delineare la dipendenza come malattia, tanto da osare persino utilizzare dei “paletti” nosologici (tipo DSM-5) (2), affermando ciò che asseriscono i consumatori stessi: che la dipendenza è una scelta e come tale non fa parte della patologia.

È ovvio quanto sembri banale e infondatamente infantile tutto ciò: anche il diabete, il cancro e le malattie cardiache sono causate da una combinazione di comportamenti, consuetudini e fattori biologici, oltre che da fattori genetici che influenzano lo stile di vita. Si può pensare che il primo uso della/e sostanza/e stupefacente/i possa essere dettato da una scelta, ma una volta che il cervello ha subito dei mutamenti da parte del continuo uso della sostanza, non si può certamente parlare di scelta ma di dipendenza/mania e, quindi, di una patologia.

Esempio banale è che le droghe possiedono effetti tossici che riducono in modo notevole e rapido le scorte alimentari, vitamine, minerali, aminoacidi con evidente ricaduta sul sistema immunitario. Il tossicodipendente perde, in tal modo, la salute e “non si sente bene”. I soli momenti in cui si sente bene, o meglio, non si sente male per lo stato carenziale, è quando assume droghe ed è sotto l’influenza dei loro effetti. Con l’andare del tempo l’organismo si abitua ad assumere queste sostanze tossiche (tolleranza), per cui si innesca un circolo vizioso dovendo aumentare la dose per poter ottenere gli stessi effetti di benessere e di “grandezza”. Al termine della sensazione di piacevolezza inizia uno stato di astenia, risultante delle carenze alimentari che portano al declino dello stato di salute e al continuo malessere psico-fisico. La iatrogenicità è molteplice e ben conosciuta: danni cardiaci, cerebrali, renali e metabolici.

La dipendenza coinvolge cambiamenti nella funzione del cervello e del corpo e la conseguenza di una dipendenza non trattata spesso porta a disordini fisici e mentali che richiedono una attenzione medica costante (3). Un effetto neurotossico acuto dovuto all’uso di stupefacenti agenti sedativo-ipnotici, alcool compreso, oppiacei, agenti anticolinergici e simpaticomimetici è ormai del tutto dimostrato (4).

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