You are here:--Luigi Pagano

Luigi Pagano

Presentazione

Non ricordo sia mai stato realizzato un manuale sui servizi per le tossicodipendenze in carcere, ma penso, in ogni caso, che il lavoro qui presentato risponda all’esigenza, sentita da molti, professionisti o studiosi che siano, di poter disporre in un unico contesto sistematico la normativa di riferimento e indicazioni per l’azione sul campo.

La necessità avvertita è che un esperto Virgilio, e il gruppo di “storici” operatori degli istituti lombardi che ha redatto il manuale lo è di sicuro, possa fungere da guida nell’intreccio delle norme esistenti e provi a evidenziare quel percorso comune verso il quale indirizzare l’apporto delle svariate gure professionali chiamate a intervenire.

È del dicembre 1975, n. 685 la prima legge che affronta in maniera sistematica le proble- matiche inerenti le sostanze stupefacenti e che già nel titolo, “Disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipenden- za”, dichiarava l’intento di voler considerare la gura del tossicodipendente autore di reato non più come un criminale “comune”, bensì persona che necessitasse di cure volte al suo recupero e al reinserimento “attivo” nella comunità sociale.

Degno di nota, in quest’ottica, l’introduzione di una causa di “non punibilità” per chi de- tenesse stupefacenti in modica quantità destinata al proprio uso personale e il riconoscimento del diritto, per chiunque si trovasse detenuto e riconosciuto dedito all’uso non terapeutico di tali sostanze, di ricevere cure mediche e assistenza a ni riabilitativi all’interno di reparti opportunamente attrezzati,

Il cammino del nuovo corso, però, si presentò accidentato sin dai primi momenti, ma se era messo nel conto un naturale periodo di assestamento, col passar del tempo divenne più chiaro che non tutte le disfunzioni che andavano emergendo potevano attribuirsi al rodaggio della novità o alla necessità che venissero approntate le risorse .

La vicenda dei reparti “opportunamente attrezzati” da creare all’interno degli istituti pe- nitenziari è didascalica.

Vero è che nel 1975 il patrimonio carcerario, datato al secolo precedente, non risultava adeguato a differenziare le diverse tipologie dei detenuti, ma è altrettanto vero che mancarono direttive che ne sottolineassero, quantomeno, l’importanza.

Le soluzioni adottate, quando lo furono, risultarono le più disparate, se non disperate, tant’è che qualcuno pensò anche di risolvere la questione, su “consiglio” – così si narra – ricevuto dall’alto, apponendo un cartellino alle celle scelte per l’accoglienza indicante lì la presenza di tossicodipendenti.

Qualche debita, rilevante eccezione, però va citata.

Presso la Casa Circondariale di Milano- San Vittore, già nei primi anni ’80, fu istituito il Servizio Psico Socio educativo per la cura dei tossicodipendenti, fondato e af dato alle cure del Prof. Gianfranco Garavaglia.

Un’esperienza che durò decenni poi sfociata nella realizzazione, anno 2002, di un reparto a trattamento avanzato denominato “la Nave”, ancor oggi operante, dove il valore trattamen- tale e la qualità delle iniziative esistenti ha ricevuto, tra l’altro, formale riconoscimento anche da parte della Magistratura che ha concesso, e continua a concedere, permessi di necessità per consentire a un coro, formato da detenuti imputati, di esibirsi anche all’esterno dell’istituto1.

Un risultato straordinario, ma nato in un contesto affatto particolare, un’eccezione, ap- punto…e tale temo rimanga, perché altri tentativi, altrettanto validi nelle intenzioni, non sono riusciti a svilupparsi non tanto a causa di strutture obsolete quanto per la riottosità di un apparato come il carcere, costretto pur sempre in una dimensione “punitiva”, nel doversi adattare a incombenze diverse.

Non è un caso, detto per inciso, che la legge 685 e la riforma penitenziaria, anche essa orientata al recupero del “deviante”, abbiano subito destini analoghi; entrambe nascono nel 1975, gli anni in cui la politica affronta temi complessi, dif cili come, appunto, la droga, le carceri, gli ospedali psichiatrici, anni in cui si sperava potersi lasciare alle spalle un’epoca ancora confusa allargando le prospettive di intervento nel sociale, ma alla luce dei fatti molte di quelle scelte si rivelarono avere un orizzonte troppo avanzato rispetto al sentire comune.

La storia di queste due leggi è un continuo alternarsi tra riforme e riorganizzazioni , prese di posizione e resipiscenze, una narrazione senza ne che spesso le ha portate a smarrire la strada dell’idea originaria per le troppe incrostazioni via via depositate e le contraddizioni non risolte.

La 685, per ritornare al tema, subisce una prima modi ca nel giugno 1990, con la legge n.162 e dopo pochi mesi il Testo Unico n.309 sistematizza la normativa dando, tra l’altro, ingresso a ipotesi di alternative al carcere.

Il 1993 vede la vittoria del referendum, proposto dai radicali, che porta alla abolizione della sanzione del carcere per uso personale di droga, tuttavia la legge 21 febbraio 2006 n. 49 riforma e accentua il pro lo sanzionatorio, però soggiace alla dichiarazione di illegittimità Costituzionale sancita dalla Corte nel febbraio 2014, n. 32 e deve intervenire, in ne, la legge 79 del 2014 per colmare il vuoto venutosi a creare2.

1 Non è il fatto, pur rilevante, di consentire periodiche uscite in permesso agli imputati. L’ordinanza di concessione, merita di essere citata perché non trova precedenti riconoscendo il merito dell’esibizione quale “ ricerca della soddisfazione per il risultato raggiunto, per una armonia realizzata quando un brano musicale in ne riesce” e “tale risultato viene reso pubblico mediante il confronto diretto con la società civile nei contesti spaziali in cui essa normalmente opera nel dedicarsi alla cultura”.

Una motivazione che andrebbe resa pubblica perché in assoluta controtendenza con innumerevoli altre pronunce e perché esalta il valore della cultura e dei rapporti con l’esterno.

2A seguito della sentenza n. 32/2014 della Corte Costituzionale, che aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge 49 non a causa del suo contenuto, bensì perché approvata all’interno di un provvedimento che si occupava del nanziamento alle Olimpiadi Invernali di Torino, non sarebbe stato più suf ciente ripristinare la precedente normativa in quanto contraddittoria con le norme approvate nel corso degli anni e perché erano venuti meno tutti gli aggiornamenti intervenuti dal 2006 al 2014

XII

Oggi, la normativa in vigore consente agli imputati, art.89, che abbiano in corso o in- tendano sottoporsi a un programma di recupero la possibilità di curarsi in strutture non car- cerarie anche quando sussistano i presupposti per l’adozione della custodia cautelare, mentre le persone condannate possono essere ammessi, per fatti di lieve entità, a tramutare la pena detentiva in lavoro di pubblica utilità (art.73), ottenere la sospensione della pena (art.90) e/o l’af damento in prova terapeutico (art.94) per pene sino a sei anni, o quattro per reati di cui all’art.4 bis della legge penitenziaria.

Alla luce di un impianto normativo del genere ci si dovrebbe aspettare una sensibile dimi- nuzione delle presenze in carcere di persone aventi problemi di dipendenza, ma un riscontro sulla serie storica, presa in esame dal 1992, da indicazioni contrarie.

Nel corso degli anni, infatti, la situazione appare sostanzialmente immutata, anzi nel 2013, anno in cui si registra con oltre 67.000 presenze totali la punta più alta dell’affolla- mento carcerario, la percentuale di tossicodipendenti dichiarati è del 22%, mentre nei due anni successivi in cui la popolazione si riduce a 52.000 la percentuale sale al 23% , sino ad arrivare al 27% di oggi.

Un ultimo dettaglio: il numero dei detenuti tossicodipendenti è andato ad aumentare, al 30/6/2017 ne risultavano 15.639, mentre gli ingressi sono in riduzione.

Come si spiega questo?

Non sono un esperto in campo terapeutico, ma, innanzitutto, temo non sia molto soste- nibile che cura, trattamento e sanzioni siano concetti paci camente conciliabili tra loro se le occasioni di incontro si tramutano in lotta per la supremazia più che di com-partecipazione, e alla ne, per inciso, prevale sempre il principio di salvaguardia della sicurezza.

Passare dal “ti curo punendoti” al “ti punisco curandoti”, o viceversa, rimane esercizio dialettico se, in concreto, l’assetto sostanziale, i tempi e le modalità della cura vengono scan- diti non dalla esigenza terapeutica, bensì dalle norme dei codici penali e dell’ordinamento penitenziario, dalle risorse economiche stanziate.

Senza voler dimenticare, che, la scelta di affrancarsi dalla dipendenza, al ne di poter sortire effetti positivi, dovrebbe nascere da un atto non sottoposto a costrizione, mentre qui la volontà del soggetto risulta condizionata dal dover scegliere tra la cura, seppure in misura alternativa, e la detenzione.

Quanto possa resistere, poi, questa determinazione, dovendo attendere i tempi procedu- rali che importano la decisione nale dell’autorità giudiziaria o della magistratura di sorve- glianza, è un azzardo immaginarlo.

Una risposta tardiva, legata al rito, mette in serio pericolo la posizione dei richiedenti vuoi per un ritardato inizio dei percorsi trattamentali vuoi per il rischio del cumularsi di con- danne, nel frattempo, andate in esecuzione.

In tale direzione, in un tentativo di sintetizzare i tempi per gli imputati, si collocava l’e- sperienza del progetto “La cura vale la Pena” che fu realizzato a Milano, alla metà degli anni 90, d’intesa tra la Casa Circondariale di San Vittore, il Sert e la Presidenza del Tribu- nale, prevedendo la possibilità del giudice di valutare e adottare, nel corso del giudizio per direttissima, possibili misure diverse dal carcere attingendo al parere di un’equipe del sert appositamente istituita presso il Tribunale.

Tale sperimentazione con uì nel progetto “Dap prima” che interessò anche i Tribunali di Padova, Roma, Reggio Calabria e Catania che, però, restò operativa solo per alcuni anni.

Un altro esempio che mi viene in mente è quello, non raro, di possibile ripresa dell’uso di sostanze stupefacenti.

Se l’af damento ai servizi, qualunque sia la tipologia giuridica di concessione della mi- sura alternativa, avesse quale scopo principale la cura la stessa ricaduta dovrebbe essere va- lutata come “momento della crisi” ovvero l’occasione in cui i sintomi appaiono più evidenti e, di conseguenza, meglio de nibile la diagnosi.

Così non è, invece, fare uso di sostanze è vietato e la trasgressione alle prescrizioni impo- ste comporta la sospensione o revoca del bene cio.

I punti precedenti, evidenziati in rapida sintesi, ineriscono, per buona parte, più all’a- spetto “gestionale” delle misure che al quadro normativo, però, le riforme intervenute hanno riguardato, in genere, solo il secondo aspetto magari allargando i termini, giuridici, per il loro ottenimento.

La questione principale, invece, temo vada ricercata nella impossibilità per un numero elevato di detenuti, siano o meno tossicodipendenti, di poter accedere alle misure alternative. Tento di spiegarlo prendendo in esame, a livello nazionale e poi riportandolo al dettaglio regionale, le tabelle relative all’entità della pena in itta e del residuo ancora da scontare, limitando l’analisi ai tre anni ovvero quel limite, de nito dalla legge Saraceni Simeone del 1998, come “pena breve” e che avrebbe dovuto con uire in via naturale in misura alternativa,

elettivamente l’af damento in prova.
È un limite ancora più basso rispetto a quelli oggi previsti per l’af damento ordinario ( 4

anni) o terapeutico ( 6 e 4 anni), ma dei 37.000 detenuti de nitivi, su 58.000 presenti, 8.600 sono stati condannati a pene sino a tre anni, mentre per pena residua entro i tre anni rimango- no in carcere 21.000 ( di cui 8.5000 al massimo hanno ancora da scontare meno di un anno).

I tossicodipendenti sono 19.000.

Restringendo l’obiettivo alla Lombardia conto che su 8.000 detenuti presenti 2400 sono imputati ( di cui 721 t.d.) 5600 i de nitivi (1955 i t.d.).

Dei detenuti de nitivi circa 3000 persone sono state condannate con pene variabili sino a 3 anni ( 1200 a una pena al di sotto di un anno), mentre se si prende in esame il periodo ancora da scontare abbiamo entro i tre anni 2928 detenuti.

Non sto qui a operare incroci e mi rifaccio alla mera logica nel ritenere improbabile che molti tra questi non siano anche tossicodipendenti ed è altrettanto arduo credere che tutti costoro presentino esigenze cautelari di eccezionale rilevanza o condizioni di pericolosità tali da giusti care il protrarsi dello stato detentivo come unica misura adeguata di controllo.

La verità, provo a dirla, è che le loro possibilità di accedere ai circuiti alternativi rimane mera teoria in quanto buona parte di costoro non possiede quelle condizioni sociali, lavoro, casa, nucleo familiare, reddito ritenuti dalla legge elementi indispensabili alla loro concessione.

Tradotto in linguaggio tecnico giuridico, cito da un’ordinanza: “ il concreto pericolo di reiterazione della condotta criminosa è desumibile dalla stessa condizione di t.d. che unita alla clandestinità e all’assenza di lavoro costituisce evidente spinta a delinquere.”

Lo stato di bisogno assurge alla legittimazione di causa criminogenetica e diventa,poi, il discrimine perché si rimanga o meno in carcere. E ciò vale per detenuti comuni che per t.d.

Non è questa l’occasione per discettare su questo punto, l’accenno a quella ordinanza era solo per affermare che questo problema non lo si risolve allargando gli istituti giuridici per- ché, come direbbe Lapalisse, se uno il domicilio non l’ha non puoi concedere i domiciliari, se non c’è chi paga la retta perché non hai permesso di soggiorno a nulla vale dire ( come la Cassazione ne…)che anche gli stranieri possono ottenere le misure alternative.

Uno spiraglio, in tal senso, sembra essersi aperto con la legge delega alla riforma dell’O.P. laddove prevede la ”revisione delle modalità e dei presupposti di accesso alle misure alterna- tive, sia con riferimento ai presupposti soggettivi sia con riferimento ai limiti di pena, al ne di facilitare il ricorso alle stesse, salvo che per i casi di eccezionale gravità e pericolosità”.

La speranza è che questo signi chi dare una giusta valutazione alla mancanza incolpevole di condizioni soggettive che determinano inammissibilità della domanda.

Un auspicio che può divenire più concreto se la futura riforma andrà a connettersi con l’attuazione dei protocolli che il Ministro della Giustizia ha sottoscritto con tutti i Presidenti di regione e l’associazione nazionale comuni d’Italia (Anci) al ne di potenziare i percorsi di inserimento, poiché, come dichiarò il ministro Orlando all’atto della rma, “la strada è quella dell’esecuzione della pena che non ruoti solo intorno al carcere. Dove si sviluppa un sistema di pene alternative diminuisce la recidiva. L’Italia spende 3 miliardi di euro all’anno per l’esecuzione penale, con tassi di recidiva tra i più alti d’Europa”.

Chiamare gli enti locali ad assumersi il ruolo chiave che l’ordinamento loro attribuisce nella esecuzione delle politiche di inclusione sociale è sciogliere il nodo fondamentale perché si possa passare dalla mera declamazione dei principi costituzionali alla loro realizzazione.

Spendere 150/200 euro al giorno per persona detenuta, infatti, ottenendo, per eterogenesi dei ni, che al termine della pena si esca più pericolosi di quando si è entrati in carcere, come dimostra l’alto tasso di recidiva, deve far ri ettere se non sia, invece, più saggio e utile desti- nare parte delle risorse per creare servizi esterni e inventarsi una pena che nasca e si articoli sul territorio.

Questo manuale con molta probabilità vedrà la luce insieme al nuovo ordinamento, chi crede nei presagi, e io da buon napoletano ci credo, vi legge il segno di una lunga e fruttuosa amicizia.

Luigi Pagano

Provveditore Regionale Lombardia e Piemonte

del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria

Ministero della Giustizia

By | 2018-02-10T19:55:50+00:00 gennaio 24th, 2018|Categories: Uncategorized|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment